20160212

Abbie Cornish

È un'attrice australiana.
Io la vidi la prima volta nel film di Jane Campion Bright Star.
E mi piacque molto.

Sempre per il mio periodo australiano, con Abbie Cornish ho visto due film.




Candy
Questo film avevo cominciato a guardarlo già qualche anno fa perché c'era Abbie Cornish e perché aveva belle critiche. In realtà i film della coppia tutta innamorata che si fa di eroina e continua ad amarsi ma litiga e cerca di smettere etc etc non mi piacciono molto. Ma visto che avevo già cominciato a vederlo, visto il periodo australiano ho deciso di guardarlo tutto.
Be' è il solito film su una coppia tutta innamorata che si fa di eroina e continua comunque ad amarsi e a farsi di eroina, litiga un po' più pesantemente, poi fa la pace, poi si prostituiscono, poi cercano di smettere etc etc solo che si svolge in Australia.
Candy è un film del 2006 di Neil Armfield con Abbie Cornish, Heath Ledger e Geoffrey Rush (tutti attori australiani). In italiano il titolo e Paradiso + Inferno.




Somersault
Intanto si svolge in una stazione sciistica australiana. Niente deserto. Niente onde. Niente sole accecante. Ma neve. Neve australiana.
Abbie Cornish qui interpreta una sedicenne che dopo aver baciato per sbaglio il fidanzato della mamma scappa di casa e sempre per sbaglio si rifugia nella stazione sciistica. Heidi ha tutte le insicurezza di una sedicenne e anche di più. Cerca qualcosa ma non si capisce cosa, forse solo delle relazioni umane e Heidi conosce solo un modo per andare incontro al mondo: sedurre col suo corpo. Non si capisce se Heidi sia un'opportunista, stupida, intelligente, naive: forse lo è tutte queste cose insieme.
Nonostante manchi il deserto, le onde e il sole accecante, Somersault si apprezza anche per la fotografia e i paesaggi.
Somersault è un film del 2004 di Cate Shortland con Abbie Cornish e Sam Worthington

20160209

Samson and Delilah (2009)




Ancora cinema australiano.
Ancora cinema australiano che tratta il mondo degli aborigeni.
Ancora cinema australiano ma contemporaneo.
Cinema australiano che assomiglia molto a quello europeo dei Dardenne.
Cinema australiano peso, insomma.

Ecco, diciamo che con Samson and Delilah il mondo degli aborigeni non è romanticizzato per nulla per nulla. Samson e Delilah sono due giovani ragazzi adolescenti aborigeni che vivono alla meglio in un piccolissimo villaggetto. Delilah accudisce la sua vecchia nonna e la aiuta a dipingere tele di arte aborigena. Samson vive su un materasso in una casa che cade a pezzi e sniffa benzina, ma si innamora a modo suo di Delilah anche se quest'ultima lo rifiuta con decisione. La situazione già molto precaria e desolante però precipita e i due ragazzi scappano dal villaggetto e vanno ad Alice Springs dove la situazione diventa ancora più precaria e desolante e precipita ulteriormente. C'è comunque un lieto fine (che i Dardenne non avrebbero approvato, credo).

Il film ha avuto un bel successo di critica e come succede per i Dardenne ha vinto un premio al festival di Cannes. Non amo particolarmente i film dei Dardenne ma se vi piacciono questo film australiano ve lo consiglio caldamente. Non so se è stato doppiato in italiano, ma c'è pochissimo dialogo quindi perfettamente vedibile in lingua originale.

True love, dice il sottotitolo.

20160204

Mario Dondero!


Tratto da questo articolo sul sito di Internazionale.

20160203

Musei subacquei

L'artista inglese Jason DeCaires Taylor si è specializzato in scultura subacquea e l'ultima sua opera, La zattera di Lampedusa, è stata da poco inabissata nel Museo Atlantico davanti alle coste di Lanzarote.



"La zattera di Lampedusa trasporta 13 passeggeri verso un futuro ignoto. Sulla prua di questo gommone di fortuna è seduto un africano con gli occhi chiusi e la mano appoggiata su di uno giubbotto di salvataggio scadente. Abdel Kader, l'uomo che Taylor ha scelto come polena di questa barca, è originario di Laayoune, la città più grande del Sahara Occidentale. La vicinanza di questa regione alle coste delle Isole Canarie (circa 115 km) la rende un punto di partenza redditizio per i trafficanti di esseri umani. Kader oggi ha 29 anni e ha fatto la pericolosa traversata fino a Lanzerote 16 anni fa. All'età di 12 anni aveva già perso la sorella e il padre e per mantenere la madre e i suoi 10 fratelli si mise a lavorare per risparmiare i soldi per pagare i trafficanti. Kader si ricorda di aver attraversato il Sahara su una Land Rover di notte fino a dove alcune piccole imbarcazioni per la pesca, chiamate in spagnolo patera, erano ancora in costruzione. A un ragazzino di 12 anni quelle barche sembrarono sicure, ma una volta in mare il motore smise di funzionare e la barca cominciò a riempirsi d'acqua. Se li ricorda i 24 passeggeri che disperatamente cercavano di togliere l'acqua dal fondo della barca con qualsiasi oggetto avessero a disposizione. Kader non sapeva nuotare. "Ero preoccupato per la mia famiglia che avrei dovuto mantenere," racconta. Al quarto giorno, non c'erano  più le forze per continuare a svuotare l'acqua dalla barca ma per fortuna un peschereccio incrociò la barca alla deriva, chiamò i soccorsi e furono salvati. Kader chiamò la propria madre da Lanzerote che si mise a piangere al telefono perché non sapeva che il figlio se ne fosse andato.

Nella parte posteriore della scultura si trova una figura scheletrica dall'aria disperata distesa in parte fuoribordo e ripresa dal famoso dipinto di Théodore Géricault, La zattera della Medusa, del 1818. Il capolavoro francese faceva riferimento all'affondamento di una fregata della marina francese e all'abbandono delle 147 persone su una zattera costruita in fretta e furia di cui solo 15 sopravvissero. Il dipinto era un'accusa alla monarchia francese e a quel sistema politico. Géricault si era impegnato a fondo per rappresentare quella tremenda realtà ricostruendo la zattera e intervistando i sopravvissuti e quest'icona del Romanticismo ha poi inspirato innumerevoli artisti a venire. Sicuramente, però, non è mai stata così attuale come oggi: nonostante una zattera dopo l'altra di rifugiati affondi sotto le onde del Mediterraneo, i corpi di bambini vengano trascinati sulle nostre rive e i pescatori di Lampedusa trovino teschi umani nelle loro reti, la fortezza Europa ha ritirato le operazioni di salvataggio, ha costruito barriere e si è girata dall'altra parte." (estratto e tradotto da un articolo del Guardian)

Qui e qui altre sculture di Taylor in altri mari.
Qui una galleria fotografica sempre del Guardian del Museo Atlantico.


20160201

Walkabout di Nicolas Roeg (1971)



« In Australia, when an Aborigine man-child reaches sixteen, he is sent out into the land. For months he must live from it. Sleep on it. Eat of its fuit and flesh. Stay alive. Even if it means killing his fellow creatures. The Aborigines call it the WALKABOUT.This is the story of a “WALKABOUT”. »

Walkabout secondo me è un capolavoro. È la storia di una sorella e un fratello australiani anglosassoni che si trovano persi nel deserto australiano e il loro incontro con un ragazzino aborigeno che salverà loro la vita. È un film tipicamente anni settanta e tutte le volte che mi capita di vedere un film di quel periodo, che sia italiano, inglese, francese o tedesco (sul cinema americano degli anni settanta ci devo pensare), penso a come erano belli, originali, i film in quel periodo rispetto alla maggior parte di quello che è venuto dopo.




20160127

Letture femminili




Verso la fine dell'anno c'è stata una polemica su una lista di migliori libri del 2015 pubblicata non ricordo dove nella quale non era presente neanche una scrittrice.
Be', a me quest'anno per Natale hanno regalato solo libri scritti da donne, due dei quali pubblicati nel 2015, di cui uno considerato a livello internazionale uno dei migliori libri del 2015 (in realtà vedo che è stato pubblicato nel 2014).
Una bella discriminazione insomma!

Ecco la mia lista:

Chirù di Michela Murgia
Quest'estate in Sardegna avevo letto L'accabbadora che mi era piaciuto tantissimo, questo un po' meno.

How to be both di Ali Smith
In italiano non ancora tradotto. Ali Smith è considerata una delle più geniali scrittrici contemporanee. Questo romanzo si svolge in parte anche Italia

Viaggio in Uruwera di Katherine Mansfield
Scrittrice neozelandese dei primi anni del '900 che visse soprattutto in Inghilterra. Il libro è un resoconto di un viaggio in Nuova Zelanda.

Ragazzi di zinco di Svatlana Aleksievic
È la vincitrice del premio Nobel per la letteratura del 2015. Mi dicono che è la versione al femminile di Ryszard Kapuscinski

20160125

Banksy sui rifugiati a Calais

La nuova opera di Banksy che critica l'uso di lacrimogeni sui rifugiati accampati a Calais.









Non è la prima opera dell'artista inglese a trattare la questione immigrazione. In questo video del Guardian si può vedere il murales con Steve Jobs, che era figlio di immigrati siriani, apparso proprio tra le tende dei rifugiati di Calais.


20160122

Buoni propositi

Solo qualche giorno fa pensavo seriamente di chiuderlo questo blog visto che non ci scrivo praticamente più ormai da tempo. Stamani ho cambiato idea. Sono a casa non proprio malata ma a casa. Ho finito il Master in traduzione che mi portava via un sacco di tempo materiale e mentale e questi due giorni di riposo forzato da tutto, non solo dal lavoro ma anche dalle cose che mi piace fare, mi ha fatto ripensare alle altre cose che vorrei fare. Diciamo che i buoni propositi dell'anno nuovo li ho fatti con 22 giorni di ritardo.

E tra i buoni propositi c'è quello di tornare a curare questo blog. A scriverci.





Attenzione perché riparto con una roba lunga, non mia ma di Kapuscinski: le ultime pagine del suo libro Ebano. In questo periodo di caos e di odio vario ho pensato che leggerlo poteva riappacificarmi col mondo. Non è forse il mio libro preferito del grande reporter polacco. Forse perché in questi brevi capitoli dedicati a diverse parti dell'Africa c'è meno l'incontro con le persone comuni del luogo, caratteristica che apprezzo particolarmente di Kapuscinski, cioè il suo raccontare i grandi eventi parlandoti delle piccole cose e della persone comuni.

"L'europeo di passaggio in Africa di solito ne vede solo una piccola parte, ossia l'involucro esterno, spesso il meno interessante e forse anche il meno importante. Il suo sguardo scivola sulla superficie senza penetrare oltre, quasi incredulo che dietro a ogni cosa possa nascondersi un segreto e che questo segreto pervada le cose stesse. Ma la cultura europea non ci ha preparato a queste discese nel profondo alle fonti di mondi e culture diversi dai nostri. Il dramma delle culture, infatti - compresa quella europea -, è consistito in passato nel fatto che i loro primi contatti reciproci sono stati sempre appannaggio di gente della peggior risma: predoni, soldataglie, avventurieri, criminali, mercanti di schiavi e via dicendo. Talvolta, ma di rado, capitava anche gente diversa, come missionari in gamba, viaggiatori e studiosi appassionati. Ma il tono, lo standard, il clima fu conferito e creato per secoli dall'internazionale marmaglia predatrice che non badava certo a conoscere altre culture, a cercare un linguaggio comune o a mostrare rispetto nei loro confronti. Nella maggior parte dei casi si trattava di mercenari rozzi e ottusi, privi di riguardi e di sensibilità, spesso analfabeti, il cui unico interesse consisteva nell'assaltare, razziare, uccidere. Per effetto di queste esperienze le culture, invece di conoscersi a vicenda, diventavano nemiche o, nei migliori dei casi, indifferenti. I loro rappresentanti, a parte i mascalzoni di cui sopra, si tenevano alla larga, si evitavano, si temevano. Questa monopolizzazione dei rapporti interculturali da parte di una classe rozza e ignorante ha determinato la pessima qualità dei rapporti reciproci. Le relazioni interpersonali cominciarono a venir classificate in base al criterio più primitivo: quello del colore della pelle. Il razzismo divenne un'ideologia per definire il posto della gente nell'ordinamento del mondo. Da una parte i Bianchi, dall'altra i Neri: una contrapposizione dove spesso entrambe si sentivano a disagio. Nel 1894 l'inglese Lugard, a capo di un piccolo reparto, si spinse all'interno dell'Africa occidentale per conquistare il regno dei borgu. Chiede di incontrarsi con il re. Ma gli viene mandato incontro un messaggero, il quale dichiara che il sovrano non può riceverlo. Parlando con Lugard il messaggero non fa che sputare in un recipiente di bambù appeso al collo: un modo di difendersi e purificarsi dagli effetti del contatto con l'uomo bianco.

In Africa il razzismo, l'odio verso gli altri, il disprezzo e il desiderio di sterminarli affondano le loro radici nei rapporti coloniali. Lì tutto è stato ideato e messo in pratica secoli prima che i sistemi totalitari contagiassero l'Europa del XX secolo con quella sinistra e vergognosa esperienza.
Un'altra conseguenza del fatto che i contatti con l'Africa siano stati monopolio esclusivo di una classe di gente rozza e ignorante è che nelle lingue europee non si è mai sviluppato un lessico capace di descrivere adeguatamente i mondi diversi dal loro. Vasti settori della vita dell'Africa rimangono tuttora inesplorati, addirittura intonsi a causa di questa peculiare povertà delle lingue europee. Come descrivere l'interno oscuro, verde e soffocante della giungla? Come si chiamano quelle centinaia di alberi e arbusti? Conosco la palma, il baobab, l'euforbia, tutte piante che nella giungla non crescono. E quei grandi alberi alti dieci piani a Ubangi e Ituri, che nome hanno? Come definire la miriade di insetti che qui incontri dappertutto e che ci attaccano e ci mordono dalla mattina alla sera? Qualche volte se ne può rintracciare il nome latino, ma che se ne fa un lettore medio del nome latino? Serve solo a costringerlo a ricerche di botanica e zoologia. E che dire del vasto dominio della psiche, delle credenze, della mentalità di questa gente? Le lingue europee sono ricche solo finché si tratta di descrivere la propria cultura: appena si addentrano nelle culture altrui e cercano di parlarne, rivelano subito la propria limitatezza, la mancanza di sviluppo, l'impotenza semantica.
L'Africa è un coacervo delle più svariate, più diverse e più contrastanti situazioni. Uno dice: "Là c'è la guerra", e ha ragione. Un altro dice: "Là c'è la pace", e ha ragione anche lui. Tutto dipende infatti dal dove e quando.
Nell'era precoloniale, quindi non tanto tenpo fa, in Africa esistevano più di diecimila staterelli, regni, gruppi etnici, federazioni. Nel suo libro The African Experience (New York 1991) lo storico dell'Università di Londra Roland Oliver mette in risalto un paradosso ormai generalizzato: si dice infatti comunemente che i colonialisti europei abbiamo compiuto una spartizione dell'Africa. "Spartizione?" dice Oliver stupito. "Ma se si è trattato di un'unificazione brutale, importa col ferro e col fuoco! Da diecimila che erano, si sono ridotti a cinquanta."
Ma di tutta questa varietà, di questo mosaico cangiante composto di sassi, ossa, conchiglie, ramoscelli e foglioline rima ancora molto. Più lo contempliamo e più ci accorgiamo di come sotto i nostri occhi le parti di questo puzzle cambiano posto, forma e tinta, finché non sorge uno spettacolo che ci abbaglia con la sua varietà, la sua ricchezza, il suo caleidoscopio di colori."

Cercando in rete una foto di Kapuscinski scopro che qualche hanno fa è uscito un film a metà tra l'animazione e il documentario basato sul suo libro Ancora un giorno.




ANOTHER DAY OF LIFE Trailer from Platige Image on Vimeo.

20151123

L'arte dei titoli di testa

... nelle serie TV.
Semplicissima nell'idea. Bella la musica.
Ho visto anche le prime due puntate e mi sa che mi Bosch mi piace.



20151002

Tornerà









Vignola / Sardegna / Agosto / 2015

20150909

Youth



Andare a vedere Youth di Paolo Sorrentino quando tutti l'hanno visto.
Al cinema infatti c'era poca gente, ma c'è esse.elle che il cinema in tutte le sue forme lo bazzica parecchio. Mi siedo con lei giurando a me stessa che non le chiederò cosa pensa di Sorrentino per non farmi influenzare perché sono facilmente influenzabile anche se lo immagino cosa pensa ma non resisto e glielo chiedo.
- Non è il mio tipo.
Lo sapevo, non le piace Greenaway.
Youth è sicuramente sorrentiniano anche se sorrentinianamente più misurato di La Grande Bellezza, dove forse aveva un po' esagerato. Ci sono sempre le inquadrature perfette: le file di accappatoi bianchi, le gambe nell'acqua della piscina, le teste con occhiali degli sceneggiatori. Ci sono i piccoli personaggi stravaganti: la massaggiatrice adolescente con l'apparecchio ai denti che la sera balla da sola in camera davanti al videogioco, la coppia che non parla mai a tavola ma neanche tra gli alberi, il violinista mancino, Jane Fonda. C'è la musica, sempre protagonista nei suoi film e quella mi piace proprio sempre. Ma per me c'è soprattutto Michael Caine che avrei voluto sentire con la sua voce invece che doppiato. Michael Caine con gli occhi sempre un po' umidi anche se fa quello distante da tutto e tutti. Michael Caine è enorme e mette in ombra tutti gli altri: Harvey Keitel, Paul Dano, Rachel Weisz, Jane Fonda che però fa un micro particina. Michael Caine, sarà che fa il direttore d'orchestra che non dirige più, o solo le mucche in gran segreto tra le Alpi svizzere, sarà che fa il padre burbero ma sotto sotto no, o il marito traditore diventato vedovo triste triste, lui mi emoziona, tanto, nonostante sia doppiato.
Esse.elle: Sorrentino è bravo, ma non mi piace il suo modo di girare a videoclip.
Esse.elle un po' ragione ce l'ha.

PS: Il titolo invece non mi piace.

20150903

Altri umani



ACCOGLIERE di Giovanni di Mauro su Internazionale
Padre Efstratios Dimou è un prete ortodosso di 57 anni. Tutti lo chiamano Papa Stratis. Vive nel villaggio di Kalloni, sull’isola di Lesbo, in Grecia. “Ogni giorno arrivano tra le cento e le duecento persone”. Rifugiati che hanno bisogno di aiuto. Papa Stratis, insieme a un gruppo di volontari, gli dà pane, acqua, latte, scarpe, vestiti, coperte, lenzuola. Dominique Mégard ha 66 anni. È un informatico in pensione e vive nel nord della Francia. Va tutti i giorni nell’accampamento di Calais con un paio di generatori elettrici, così i migranti che vivono lì possono ricaricare i loro telefoni e restare in contatto con le famiglie.
Sarah Morpurgo coordina a Londra The bike project, un gruppo di meccanici che ripara vecchie biciclette per i rifugiati che arrivano nella capitale britannica.Angelique e Onno Bos erano in vacanza a Lesbo con i quattro figli. La sera prima di tornare a casa, in Olanda, hanno deciso di cancellare il volo per restare ad aiutare i rifugiati che per tutta l’estate sono sbarcati sull’isola. Jaz O’Hara ha 25 anni e fa su e giù tra il Kent, dove vive, e Calais, in Francia. Porta gli aiuti che raccoglie tra i suoi amici su Facebook.
Food not bombs è un gruppo di volontari che preparano da mangiare per le famiglie di migranti che arrivano a Budapest: cucinano con gli ingredienti donati dai mercati della città. Szeged è una città nel sud dell’Ungheria, al confine con Serbia e Romania. Decine di abitanti si sono organizzati per dare assistenza legale ai rifugiati di passaggio. Il gruppo si chiama MigSzol Szeged.
Da mesi decine di volontari si danno il cambio per preparare da mangiare al Baobabdi Roma, l’unico centro d’accoglienza in Europa gestito dagli stessi migranti. Mareike Geiling e il suo fidanzato, Jonas Kakoschke, vivono a Berlino. Hanno lanciato un sito, Flüchtlinge willkommen, per mettere in contattoi migranti con i berlinesi che vogliono ospitarli. Più di settecento persone hanno già deciso di aprire le loro case. Fethullah Üzümcüoğlu ha 24 anni, Esra Polat ne ha 20. Si sono appena sposati e hanno deciso di usare tutti i soldi della lista di nozze per dare da mangiare ai rifugiati siriani di passaggio nella loro città, Kilis, nel sud della Turchia, al confine con la Siria. Nelle foto del loro matrimonio li si vede ancora vestiti a festa mentre servono da mangiare a una fila di persone. Quattromila in un pomeriggio.
In tutta Europa si moltiplicano le storie di comuni cittadini che decidono di accogliere i migranti e di aiutarli, di organizzarsi per fare quello che politici e governi dovrebbero fare ma non fanno. Sono storie che non finiscono in prima pagina e non aprono i telegiornali, ma restituiscono un senso all’idea di Europa.